The Cult @ Royal Albert Hall, London – 10 ottobre 2009

In quel torrido pomeriggio, Psyche mi prese la mano, fissandomi con occhi di desiderio: «Da te o da me?», domandò con un filo di voce… Ma che avete capito?! Il “torrido pomeriggio” era il primo giorno del Gods of Metal, quando, nei tempi morti tra un’esibizione e l’altra, uno spot pubblicizzava i concerti più interessanti dei mesi a venire, tra cui l’atteso ritorno dei The Cult, storica rock band inglese degli anni Ottanta e Novanta. Attestato che entrambi avevamo voglia di vederli dal vivo, il dilemma di Psyche era se andare a vederli in Italia il 29 settembre o a Londra il 10 ottobre. Ma in realtà non ci è voluto poi molto per decidere, dato che un concerto a Londra non l’avevamo ancora visto, e che un sabato sera alla prestigiosa Royal Albert Hall era – per motivi che non occorre spiegare – ben più appetibile di un martedì sera all’Estragon di Bologna.

Locandina del Love Live Tour

(ATTENZIONE: Forse – ed è un “forse” puramente retorico – mi sono un tantino dilungato in questo report. Chi ha poco tempo, conosce già i Cult e non è interessato a sapere cosa ne penso di loro, può riprendere la lettura subito sotto la foto della Royal Albert Hall).

Artisti di punta della scena post-punk inglese degli anni Ottanta, i Cult nascono nel 1983 da un’idea del vocalist Ian Astbury e del chitarrista Billy Duffy, unici due membri stabili dalla fondazione fino a oggi. Almeno qui in Europa, i Cult sono per lo più assimilati ai brani Rain e She Sells Sanctuary, tratti dal loro secondo album “Love” (1985), che ha assicurato alla band una fama internazionale. Dopo quel momento i Cult lasceranno alle spalle le derive misticheggianti e post-punk del primo periodo, dedicandosi a un hard rock più sanguigno con il quale andranno alla conquista del pubblico americano grazie ad album come “Electric” (1987) e “Sonic Temple” (1989). Dopo aver suonato con molte band rispettabili – nel tour di “Electric” ebbero come spalla i Guns N’ Roses, che per giunta tre anni dopo gli avrebbero soffiato il batterista Matt Sorum – la band è declinata nei primi anni Novanta, a causa dell’avvento del grunge, di una vena creativa ormai esaurita e degli attriti interni alla band. I due lunghi split che hanno tenuto la band “sotto ghiaccio” per qualche annetto sono stati forse gli episodi più interessanti dell’ultimo quindicennio.

Comunque sia, si tratta di una formazione che ha avuto una discreta importanza nella storia del rock moderno, un po’ per aver proiettato la sua ombra su gran parte del gothic rock a venire (e anche su certi Sentenced ultima maniera) e un po’ per aver subdolamente influenzato band del calibro degli Alice In Chains (testimonianza a contrariis è il velenoso commento di Eddie Cilìa sul volume Grunge che sostiene come Down in a Hole, a suo dire il brano migliore di “Dirt”, sembri «uno scarto dei Cult»).

La mia valutazione dei Cult varia a seconda dello stato d’animo. Certe volte non posso fare a meno di inorridire di fronte alla pochezza e ripetitività dei testi (spesso incentrati su quella cosa che inizia per “la” e finisce per “no”), e alla scarsa originalità di una band che costruisce una hit come Love Removal Machine rifacendosi al giro di Start Me Up dei Rolling Stones – comunque sia, è un gran bel brano – e scade nel ridicolo rubando l’intro di I Remember You degli Skid Row per Heart of SoulAscoltare per credere! D’altro canto, quando sono di buzzo buono non posso fare a meno di farmi coinvolgere dalla carica viscerale e irrefrenabile del loro songwriting, e persino un brano come Spiritwalker che è l’emblema della monotonia mi pare un capolavoro. Per non parlare di “Love”, un album davvero valido e suggestivo, che i Cult hanno deciso di riproporre per intero in questo loro tour mondiale, seguendo un piacevole trend che molte band ultimamente hanno adottato.

Royal Albert Hall

La venue è evidentemente spettacolare: sembra un po’ come andare a vedere un’opera lirica, solo che sul palco c’è un gruppo rock e il pubblico indossa jeans e t-shirt (o, nei casi più folkloristici, il tipico vestiario dark/goth primi anni Ottanta). I posti che abbiamo acquistato, che erano peraltro gli ultimi rimasti, sono però in una posizione infima… e dire che i biglietti non li abbiamo presi il giorno prima! Stando in piedi, tuttavia, si riesce a vedere buona parte del palco, e naturalmente è quello che faremo.

Inqualificabile la performance degli opener Aqua Nebula Oscillator, dediti (credo) a un rock psichedelico stile Sixties, ma con il volume dell’effettistica così esageratamente superiore a quello degli altri strumenti da costringerci a lasciare la sala per non mandare in tilt il cervello. Del resto, buona parte del pubblico indugiava nei bar lungo i corridoi a strafogarsi di birra e altre oscure sostanze, pronti a rientrare pochi minuti dopo le 21, quando sul palco sono saliti i Cult.

Naturalmente si attacca con Nirvana, opening track di “Love”. Ian Astbury si presenta sul palco in giubbotto di pelle e guanti neri e, salito sul palco armato di tamburello, lo lancia in platea a metà canzone (beato chi l’ha raccolto). La band, si capisce da subito, ha voglia di spaccare. Billy Duffy – «il sesto membro dei Clash», come lo definirà Astbury a fine concerto – suona davvero alla grande, ed è ancora più catchy che su disco, mentre la sezione ritmica esegue il suo compito alla perfezione (non a caso alla batteria c’è un tale John Tempesta, che si è fatto le ossa con Exodus e Testament, mica Massimo Ranieri…). L’unica nota stonata, a mio avviso, è il cantato di Astbury, il quale, forse reagendo in modo creativo all’avanzare dell’età e una forma fisica non eccezionale – un po’ appesantito, il nostro latin lover – non si lascia andare molto ad acuti e note prolungate, e quel che è peggio canta tutte le canzoni sistematicamente in modo diverso, dall’inizio alla fine, impedendo così ai fan e al sottoscritto di cantare all’unisono con lui. (Questo è in fondo l’unico motivo per cui eviteremo di acquistare l’“esclusiva” chiavetta USB contenente la registrazione del concerto, al prezzo non proprio popolare di 30 sterline). Ma il carisma, sia chiaro, non gli manca.

The Cult live @ Royal Albert Hall

(Le due fotografie del concerto sono state scippate da questo blog.)

Il concerto, proprio come il disco, ci mette un po’ decollare, ma quando arrivano la title-track e soprattutto la bellissima Rain, eseguita con qualche punto in più di metronomo, non ce n’è più per nessuno. Esaltazione totale. Il “sonic temple” di cui parlavano nel titolo del loro celebre disco è qui davanti ai nostri occhi, e si chiama Royal Albert Fucking Hall.

La lussuriosa The Phoenix e l’accattivante Hollow Man tirano alla grande, ma è soprattutto l’ambita doppietta Revolution / She Sells Sanctuary a scuotere dal profondo la folla londinese, e l’audience seduta in platea inizia a spostare le ordinate poltroncine per ricavare uno spazio più comodo dove fare baldoria. Infine, la ballata Black Angel chiude tra gli applausi la tracklist di “Love” e la prima parte del concerto.

Dopo pochi minuti il five-piece britannico si riaffaccia sul palco e Billy Duffy, che ha lasciato la sua White Falcon nel backstage per riemergere con una più consona Les Paul, fa piazza pulita della vibrante atmosfera mistica per intonare una seconda parte molto più hard rock, con una manciata delle loro hit più conosciute, specialmente di fine anni Ottanta. Ma per quanto mi riguarda dopo le varie Electric Ocean, Sun King e Dirty Little Rockstar (dove Astbury si lancia in una brevissima parodia di Get on your Boots degli U2), credo che il momento più entusiasmante arrivi con i due brani conclusivi, due adrenaliniche versioni di Fire Woman e Love Removal Machine, che concludono in bellezza ed entusiasmo un concerto così vissuto.

The Cult live @ Royal Albert Hall

Quando la band esce dal palco dopo aver salutato il pubblico e massacrato i microfoni, viene da pensare che sia tutto finito… e io che mi aspettavo qualche sorpresa per il pubblico di casa! Del resto, fino a quel momento la scaletta era su per giù identica a quella di tutte le altre date del tour. Ma è solo questione di tempo, quando Ian e Billy salgono sul palco per la terza volta, accompagnati da due conoscenze di vecchia data: il bassista Jamie Stewart e il batterista Mark Brzezicki, componenti della line-up originale di “Love”. E così, ricreando l’atmosfera di ventiquattro anni fa, la vecchia formazione ritrovata esegue due bis: The Phoenix e l’acclamatissima She Sells Sanctuary. Forse per il poco rodaggio, forse per la chitarra in meno, i due brani risentono un po’ del confronto con quelli suonati nella prima parte del concerto, ma penso di non poter minimamente immaginare la sorpresa e l’emozione dei fan di lunga data, che non dimenticheranno mai questa serata.

Un concerto bello, energico, direi quasi salutare. Ne è valsa la pena. Vi consiglio di leggere anche il soddisfatto report della mia amata Psyche, per un approccio al concerto un po’ meno secchione e logorroico… ;)

Giusto per menarmela un po’, vi mostro ora qualcosa che si poteva vedere soltanto a Londra: la formazione originale dei Cult che intona la conclusiva ed emozionante She Sells Sanctuary. È una registrazione amatoriale, quindi accontentatevi: tra i diversi clip girati quella sera, è comunque uno con l’audio e l’angolo visuale migliori.

 

SETLIST

PARTE 1NirvanaBig Neon GlitterLoveBrother Wolf, Sister MoonRainThe PhoenixHollow ManRevolutionShe Sells SanctuaryBlack Angel (tutte dall’album “Love”, 1985)

PARTE 2Electric Ocean (da “Electric”, 1987) - Wildflower (da “Electric”, 1987) - Sun King (da “Sonic Temple”, 1989) - Rise (da “Beyond Good and Evil”, 2001) - Dirty Little Rockstar (da “Born Into This”, 2007) - Fire Woman (da “Sonic Temple”, 1989) - Love Removal Machine (da “Electric”, 1987)

ENCORES (con la formazione originale): The Phoenix - She Sells Sanctuary (tutte dall’album “Love”, 1985)

 

FORMAZIONE

Ian Astbury (voce), Billy Duffy (chitarra), Chris Wyse (basso), John Tempesta (batteria), Mike Dimkich (chitarra ritmica)

~ di dK su 18 Ottobre 2009.

2 Risposte to “The Cult @ Royal Albert Hall, London – 10 ottobre 2009”

  1. Mi pare di capire che stanno facendo bene un po’ ovunque; non può farmi che piacere visto che, tutto sommato, è sempre stata una band dal potenziale molto alto ma dal successo discografico assai più esile. Beato te che li hai visti in quel magnifico Sonic temple!
    Ho solo un però..: mi uoi dire che i Cult non hanno dei riff proprio geniali, che non hanno inventato praticamente nulla, ma non puoi criticarmi i testi! Oppure trovami una band negli anni ottanta che abbia avuto l’ispirazione onirica di scrivere:
    Like the heat from a thousand suns that burns on
    Rising ever higher
    A Phoenix from a pyre
    My eternal desire
    I’m on fire
    Like a Kiss from the lips of Ra
    That burns on
    Pleasures getting wilder
    Circling ever higher
    Servant of desire
    I’m on fire

    Cheers from Italy!

    • Caro Ivan,
      intanto: benvenuto! :)
      In merito al tuo commento sui testi, è vero, mi sono fatto prendere un po’ la mano e non ho reso adeguato merito ad alcune liriche particolarmente ispirate. In realtà ho pensato più a certi testi del periodo successivo a “Love”, almeno di quelli che conosco, generalmente un po’ più banali e concreti.
      Invece quel “like a kiss from the lips of Ra” che mi hai citato è in assoluto uno dei passaggi che preferisco. Al contrario, quando vedo fire legato da un rapporto di rima con pyre e higher, non c’è neanche bisogno che ti dica a quale canzone dei Doors sto pensando… ;)
      Ma il punto è proprio questo: se tengo il cervello troppo acceso queste interferenze mi risultano fastidiosamente palesi; se invece predomina lo spirito, allora ascoltare i Cult è un’esperienza come poche.
      Passa a trovarci presto!

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