Una nuova canzone per Chi Cheng

•19 Novembre 2009 • Lascia un Commento

Se avete familiarità con il disco “Life Is Peachy” dei Korn (1996) saprete che, dopo quella breve e schizofrenica intro di nome Twist, parte un pezzo alquanto devastante intitolato Chi. Il brano prende il nome da Chi Cheng, grande amico della band di Bakersfield, oltre che poeta e soprattutto bassista storico dei Deftones, altrettanto nota formazione californiana che insieme ai Korn è stata tra i pionieri del fortunatissimo genere nu metal. Tredici anni dopo, Fieldy dei Korn si è reso promotore e produttore, insieme a Q-Unique degli StillWell, di un secondo brano legato all’amico bassista: A Song for Chi. Si tratta di un brano strumentale composto e inciso progressivamente con il contributo di membri di Korn, Slipknot, Metallica, Machine Head, Disturbed, P.O.D., Sevendust, Hatebreed e Killswitch Engage, scaricabile gratuitamente sull’apposito sito internet, dove è anche possibile guardare il videoclip girato per l’occasione ed effettuare donazioni a favore della famiglia di Chi.

Chi Cheng, 39 anni, è entrato in coma il 4 novembre 2008 a seguito di un grave incidente automobilistico. Ancora oggi, a oltre un anno di distanza, si trova in stato minimamente cosciente e, dopo essere stato ricoverato a lungo in una clinica specializzata nel nord della California, da un paio di mesi è ritornato a casa, dove pare stia facendo qualche piccolo ma significativo progresso. Il sistema sanitario americano, come sappiamo, non è particolarmente efficiente, e dalla metà di gennaio l’assicurazione di Chi ha smesso di pagare per le sue spese mediche. Una persona vicina alla famiglia del musicista ha deciso di aprire un apposito sito internet, chiamato “One Love for Chi”, allo scopo di raccogliere fondi per contribuire alle ingenti spese: finora si sono raggiunti risultati sorprendenti, con delle offerte che hanno superato i 77mila dollari.

Questa sera e domani i Deftones suoneranno due concerti di beneficenza a favore di Chi all’Avalon di Hollywood, accompagnati dal bassista Sergio Vega (già nelle file dei Quicksand). Quale migliore occasione per rivolgere al bassista californiano un augurio di pronta guarigione, e proporvi il suggestivo videoclip di uno dei brani più splendidi della band di Sacramento. A presto, Chi.

IL VIDEO: Deftones, Minerva (da “Deftones”, 2003)

I Bad Company tornano tra noi

•18 Novembre 2009 • 2 Commenti

NOTA: Il presente post integra e sostituisce la mail che non ho ancora spedito a Psyche e che recita: «Inizia a fare i bagagli e a comprare i biglietti, andiamo a Londra a vedere i Bad Company».

Proprio così: la storica band inglese che nei primi anni Settanta ha inventato l’AOR dal giorno alla notte ritornerà a suonare dal vivo in un minitour inglese nell’aprile del 2010.

I Bad Company nascono come supergruppo nel 1973, formati da Paul Rodgers e Simon Kirke dei Free (quelli di All Right Now), da Mick Ralphs dei Mott the Hoople (quelli di All the Young Dudes) e da Boz Burrell, che aveva suonato su “Islands” dei King Crimson. La band ha fatto il botto a metà degli anni Settanta con album storici quale il debut omonimo del 1974 (Can’t Get Enough, Movin’ On) e il successivo “Straight Shooter” (Feel Like Makin’ Love, Good Lovin’ Gone Bad) declinando poi dai primi anni Ottanta con l’innesto di Brian Howe al posto di Paul Rodgers, che ha avuto una solida carriera solista (come ricorderete, è stato anche il vocalist della recente reunion dei Queen). La band è rimasta in attività, con numerosi cambi di line-up e senza altri grandi successi, fino al 2002.

È notizia di ieri che i tre membri originali della band – il povero Burrell è passato a miglior vita quattro anni fa in seguito a un attacco di cuore – si troveranno insieme per un breve tour inglese, dopo aver suonato quest’estate per una decina di date sulla costa atlantica degli States. Come opening-act ci sarà il Joe Perry Project, la nuova band del chitarrista degli Aerosmith di cui parlavamo giusto poco tempo fa. Il minitour inglese prevede date a Birmingham, Manchester, Sheffield, Cardiff, Newcastle, Glasgow, Brighton e, dulcis in fundo, all’Arena di Wembley (11 aprile)!

Se non siete mai stati negli UK, è la buona occasione per andarci. Se ci siete già stati, è la buona occasione per ritornarci. Se gli UK non v’interessano, è la buona occasione per cambiare idea una volta per tutte. Se invece siete proprio pigri e inconvincibili, almeno non fatevi scappare il prossimo cd/dvd live della band, che uscirà il 9 febbraio.

E ora, col vostro permesso, devo andare a rockeggiare con questa Feel Like Makin’ Love d’annata!

Porcupine Tree @ Alcatraz, Milano – 4 novembre 2009

•15 Novembre 2009 • 1 Commento

In generale non sono il tipo di persona che va a vedere lo stesso gruppo più di una volta, salvo specifici casi: come quello dei Dark Tranquillity, che guarda caso erano il gruppo preferito di Psyche e che credo di aver visto qualcosa come cinque volte. Ma dato che i soldi scarseggiano sempre e i gruppi che varrebbe la pena di vedere sono virtualmente infiniti, non è opportuno insistere sempre sulla stessa band, finendo in tal modo per trascurare altre formazioni sicuramente meritevoli.

Nel caso dei Porcupine Tree sono invece alla mia terza data, e questo va al di là del fatto che si tratta – come ho già detto e ripetuto – di una delle mie band preferite. Al mio primo concerto della prog band inglese (19/09/06) ci ero andato quasi per caso, conoscendo per giunta il solo album “In Absentia”; in seguito a quella data ho avuto modo di ascoltare e apprezzare molti altri dischi dei PT, così mi è sembrato naturale tornarli a vedere un anno dopo (18/11/07), anche perché c’erano i miei amati Anathema come opening-act; purtroppo quella sera Psyche è stata colpita da un malore all’inizio della performance di Wilson e soci, così abbiamo dovuto allontanarci subito dall’agognata prima fila e in seguito abbiamo saggiamente deciso di lasciare l’Alcatraz prima della fine del concerto. Fatto sta che senz’altro me la meritavo una terza opportunità.

Aggiungerei inoltre un particolare piuttosto rilevante: il bello dei concerti dei Porcupine Tree è che davvero non hai idea di che cosa suoneranno. Non sono una di quelle band che sul palco ti portano sempre il loro greatest hits, riveduto e corretto col passare degli anni ma sempre grossomodo stabile. Con i PT ogni singola canzone pubblicata negli ultimi diciott’anni è potenzialmente inseribile in scaletta, cosa che rende in un certo senso unica ciascuna delle loro performance: nella data milanese del 2007 avevano estratto dalla manica due b-side semisconosciute (Half-Light e Drown with Me) e l’anno prima, addirittura, avevano passato la prima ora di concerto suonando unicamente materiale inedito, materiale che sarebbe poi confluito nell’album “Fear of a Blank Planet”. 

Porcupine Tree

Quella di Milano è la prima delle quattro date italiane del tour di supporto all’ultimo album “The Incident”, uscito il 18 settembre per la Roadrunner Records (e che spero di riuscire a recensire entro fine anno).

Specialmente in questi ultimi anni, Wilson e soci hanno ampliato decisamente la loro base di fan, essendo i PT una band apprezzata sia per l’aspetto prog, sia per le inflessioni metal, sia per le ballad sognanti e malinconiche. Il che significa che i loro concerti sono stranamente popolati tanto da giovanotti imberbi con le magliette dei Meshuggah quanto da dark ladies di ogni sorta e, naturalmente, veterani del prog.

Come volevasi dimostrare, infatti, l’Alcatraz è gremito da subito, e io, che ho passato un’ora e mezza a bestemmiare alacremente in mezzo al traffico cittadino, arrivando in loco appena un quarto d’ora dopo l’apertura dei cancelli, mi sono dovuto accontentare di una comunque dignitosa terza fila.

Non mi soffermerò molto sulla band di supporto, il trio francese dei Demians, che non mi ha granché entusiasmato. Prog? Psichedelici? Sì, forse un po’. Ma si tratta per lo più di divagazioni innestate su uno sfondo rock che, per riffing e impostazione vocale, mi ha ricordato molto i Creed, solo con molte più tastiere campionate. I ragazzi s’impegnano, si sforzano di essere originali e bisogna riconoscerglielo, ma a mio parere non sono molto ispirati; buono comunque il brano di chiusura, The Perfect Symmetry.

Conclusa la mezz’oretta dei Demians compaiono subito i roadie, che spazzano via ogni ricordo del gruppo spalla portando alla luce il portentoso drum kit di Gavin Harrison e l’angolo giochi di Richard Barbieri (tastiere, synth, MacBook). Pochi minuti dopo desta notevole curiosità la comparsa di un grosso aspirapolvere, che un roadie porta a spasso per tutto il palco con apparente disinvoltura, ripulendo coscienziosamente ogni remoto angolino… eh già, il nostro amico Steven non ha ancora perso l’abitudine di suonare a piedi nudi!

La batteria di Gavin Harrison

In perfetto orario la band sale sul palco e, nella preminente oscurità, attacca con la intro “Occam’s Razor” e subito dopo con la coinvolgente “The Blind House”, i primi due movimenti della lunga suite che dà il titolo all’ultimo album. Steven Wilson, nella prima pausa disponibile, saluta l’audience spiegando che la prima metà del concerto sarà costituita dalla riproposizione integrale dei 55 minuti di The Incident (cosa che quel chiacchierone antipatico dietro di me aveva già svelato qualche minuto prima… e io che mi ero astenuto tutto il tempo dal guardare le scalette degli altri concerti per non rovinarmi la sorpresa!).

Ormai conscio del mio destino, mi rassegno a questa prima parte non esageratamente esaltante (non ho amato particolarmente il loro ultimo album) dividendo la mia attenzione tra la band, che esegue in maniera impeccabile e con una grande raffinatezza sonora i quattordici movimenti di The Incident, e lo schermo che trasmette le enigmatiche creazioni del film-maker danese Lasse Holle, il cui stile a tratti assomiglia terribilmente a quello dei primi video dei Tool.

La prima parte della suite, come tipo di sonorità e attitudine del pubblico, si addice più a un auditorium che a una discoteca rock, salvo alcuni passaggi come il ritornello (osceno) di “Drawing the Line” e il finale di “The Incident”. Ma con la bellissima “Time Flies” il concerto inizia finalmente a decollare e la seconda parte, più ruvida, ha una resa live superiore, anche grazie alle peripezie balistiche di Gavin Harrison, tributario di numerose ovazioni personali. È invece curioso vedere come nel corso della suite Wilson cambi chitarra in media ogni tre minuti, mentre John Wesley – che ha una pedaliera grossa quanto la mia scrivania – mantenga la stessa fino alla fine della prima parte, cambiandola solo per la conclusiva “I Drive the Hearse”, dove è investito del compito di eseguire lo struggente solo conclusivo.

Steven Wilson

(Fotografia di Max Murgia – Loudvision.)

Dopo dieci minuti dieci di pausa (con tanto di conto alla rovescia sullo schermo) la band ritorna sul palco, ed è subito l’inizio di qualcosa di bellissimo: non lo dico solo per parafrasare il titolo del brano che apre la seconda parte del concerto, quanto perché bellissimo lo è stato per davvero, grazie alla qualità delle canzoni proposte e alle due “sorprese” riservate nella scaletta. La prima – che per l’emozione mi fa venire i brividi, e a momenti le lacrime agli occhi – è l’iperdepressa Russia on Ice, a cui viene agganciata la devastante sezione centrale di Anesthetize (che, a quanto apprendo dalla scaletta, viene chiamata confidenzialmente Pills I’m Taking). La seconda è la malinconica Stars Die, un singolo coevo all’uscita di “The Sky Moves Sideways” (1995) e a quanto pare mai proposto in Italia, dove i PT hanno iniziato a esibirsi a partire dal 1997. A tal proposito, introducendo questo brano, Steven Wilson ha domandato se qualcuno del pubblico fosse presente all’epoca dei primi concerti italiani, ma il boato della platea sembra un po’ troppo forte per il quattrocchi scalzo. «Questo non è possibile», commenta Wilson, «me le ricordo quelle serate piovose a Milano con trenta persone di numero…».

In questa seconda frazione di concerto, insieme al repertorio, è cambiato anche il tipo di risposta del pubblico, che se nella prima parte restava in muta ammirazione (spero non fosse noia) come davanti a ogni spettacolo prog che si rispetti, nella seconda si è decisamente scatenato. Dopo una bella accoppiata di classici recenti, la band annuncia l’ultimo brano: ma quando parte Bonnie the Cat è evidente che non fanno sul serio, perché non esiste canzone più fredda e anti-catartica di quella. Infatti, dopo un paio di minuti di buio con i roadie che trafficano sul palco, Wilson e soci ritornano alla ribalta con un’ultima doppietta tratta dal celebrato “In Absentia”: The Sound of Muzak e Trains.

Quest’ultima, in particolare, viene presentata in modo piuttosto enigmatico da Steven Wilson, che sostiene come gli ingredienti di un buon concerto siano “music, magic and comedy”. L’enigma si chiarisce nella pausa centrale di Trains quando, dopo un ottimo brano (music) e un emozionante refrain cantato ad alta voce dal pubblico (magic) arriva il momento della comedy, con Gavin Harrison che emerge da dietro la batteria improvvisandosi giocoliere per qualche secondo. E l’ilarità continua subito dopo con la presentazione del resto della band. Richard “io con gli occhiali da sole ci vado anche a dormire” Barbieri viene presentato dicendo: «È di origine italiana, sapete?». Poi è la volta di John Wesley, «direttamente dagli Stati Uniti», e parte un breve sample di Born in the USA di Bruce Springsteen. Il giro si conclude con il buon Colin Edwin che, benché nato a Melbourne, è a tutti gli effetti «inglese di Hemel Hempstead», e parte il tema di Another One Bites the Dust dei Queen. Un ultimo ritornello, un finale carico di gioia, un mare di applausi e inchini per un concerto davvero strepitoso ed emozionante.

In generale non sono il tipo di persona che va a vedere lo stesso gruppo più di una volta. Ma dato che in questo caso ho già fatto un’eccezione, e solo il cielo sa quanto ne sia valsa la pena, chissà mai che con i Porcupine Tree non possa capitare di nuovo… 

Una premessa per quanto riguarda il video. Nella mia vita ho compiuto e compio tuttora svariati atti di pirateria, ma ho sempre fatto delle distinzioni. E se una band che rispetto mi chiede ripetutamente di non scattare foto o fare riprese durante i suoi concerti, io non solo non faccio niente del genere, ma mi astengo dal pubblicare ciò che altri hanno ripreso contravvenendo a questa regola. Quindi, piuttosto che andare a scartabellare su YouTube per proporvi qualcosa dello specifico concerto di Milano, vi propongo una bella versione di The Start of Something Beautiful tratta dal dvd live del 2005 “Arriving Somewhere…”.


SETLIST

PARTE 1: The Incident (l’intera suite, da “The Incident”, 2009)

PARTE 2: The Start of Something Beautiful (da “Deadwing”, 2005) – Russia on Ice (prima parte, da “Lightbulb Sun”, 2000) – Anesthetize (sezione centrale, da “Fear of a Blank Planet”, 2007) – Stars Die (singolo, 1995) – Way Out of Here (da “Fear of a Blank Planet”, 2007) – Normal (da “Nil Recurring”, EP, 2007) – Bonnie the Cat (da “The Incident”, 2009)

ENCORES: The Sound of Muzak, Trains (entrambe da “In Absentia”, 2002)

 

FORMAZIONE

Steven Wilson (voce, chitarra, tastiere) – Richard Barbieri (tastiere, sintetizzatore) – Colin Edwin (basso) – Gavin Harrison (batteria) – John Wesley (chitarra, cori)